
Segretario, due giorni fa si è svolto un nuovo incontro all’ARAN per il rinnovo del CCNL Funzioni Centrali 2025-2027. Come sta procedendo la trattativa?
Sta procedendo più o meno come avevamo immaginato dopo la nostra firma al precedente Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Quella firma, di fatto, ha determinato l’avvio ufficiale del nuovo negoziato. Siamo già al terzo incontro e sin dall’inizio è stato riconosciuto che la sottoscrizione del CCNL precedente da parte della UILPA aveva creato le condizioni per partire rapidamente.
Ora l’obiettivo condiviso è arrivare il prima possibile a un accordo che metta risorse nelle tasche dei lavoratori e riallinei le scadenze contrattuali, eliminando quella discrasia temporale che negli anni ha portato ad aprire le trattative a CCNL scaduto e chiuderle anche un anno dopo. In dodici mesi il potere d’acquisto si riduce, ed è evidente che ciò che viene riconosciuto in busta paga non ha lo stesso valore a distanza di un anno o più. La volontà del ministro di garantire le risorse e di riallineare aperture e chiusure alle scadenze previste ci consente di recuperare quei 12-18 mesi di ritardo che ci trasciniamo da tempo: anche questo è, a tutti gli effetti, un beneficio economico per i lavoratori.
Quindi non ci sarà una rivoluzione del contratto, ma piuttosto una manutenzione?
Esattamente. Non credo si andrà verso una rivoluzione copernicana, anche perché con gli ultimi tre o quattro CCNL abbiamo già posto le basi per una profonda trasformazione della qualità del nostro lavoro. Penso, ad esempio, al nuovo ordinamento professionale, che ha permesso una ricalibratura complessiva delle professionalità presenti nelle diverse amministrazioni. Il comparto delle Funzioni Centrali è molto eterogeneo: comprende ministeri, agenzie, enti pubblici non economici, ciascuno con caratteristiche proprie. Con gli ultimi CCNL, che hanno puntato molto sulla riforma dell’ordinamento professionale, siamo riusciti a dare respiro a lavoratori che da troppo tempo erano rimasti compressi nelle loro aree e nei loro profili economici.
In questi anni sono state realizzate alcune progressioni, sia all’interno delle aree sia tra un’area e l’altra. Ora riteniamo necessario proseguire su questa strada, riconoscendo finalmente anche a quelle professionalità che in passato non hanno avuto adeguata valorizzazione un giusto riconoscimento economico, anche in relazione ai titoli e alle abilitazioni acquisiti nel corso della carriera. Mi riferisco, ad esempio, a quei profili che richiedono un’abilitazione professionale: all’esterno tali abilitazioni sono pienamente valorizzate, mentre nella pubblica amministrazione spesso non trovano un adeguato riconoscimento, pur essendo indispensabili per svolgere determinate funzioni. Su questo una manutenzione seria del contratto è necessaria.
La vostra organizzazione chiede che gli incrementi siano concentrati sul salario fisso, come nel precedente contratto?
Sì. La nostra posizione è chiara: più le risorse vengono collocate sul salario fisso, più si garantisce stabilità ai lavoratori. Non solo perché lo stipendio aumenta in modo certo, ma anche perché quell’incremento incide sul trattamento pensionistico.
In una fase in cui si parla continuamente di riforme e cambiamenti del sistema pensionistico, riteniamo fondamentale mettere al riparo il più possibile la parte fissa della retribuzione – e quindi la futura pensione – dei dipendenti pubblici. Purtroppo, in alcune stagioni politiche si è arrivati a dire che dipendenti pubblici e pensionati sono il “bancomat” dei governi. È un’espressione forte, ma in parte descrive una realtà: sono categorie facilmente esposte a interventi fiscali o a riduzioni di benefici che, in realtà, non sono privilegi, bensì giusti riconoscimenti per chi serve lo Stato.
Durante la trattativa si potrebbe arrivare a scorporare la parte economica da quella giuridica?
È un’ipotesi che si può discutere. Tuttavia, ciò che mi preoccupa è che eventuali modifiche tecniche possano rallentare i tempi. Oggi la nostra priorità è accelerare l’erogazione delle risorse economiche ai lavoratori. Possiamo certamente porre le basi per soluzioni diverse in futuro, ma in questo momento l’obiettivo principale è la rapidità del rinnovo.
Parliamo di intelligenza artificiale. È sempre più necessario introdurre regole e strumenti per normare questa tecnologia. Qual è la vostra posizione?
Siamo favorevoli a tutte le innovazioni tecnologiche che possano migliorare la qualità della vita dei cittadini, delle imprese e di chi usufruisce dei servizi della pubblica amministrazione. Come organizzazione sindacale, non ci siamo sottratti alla sfida dell’intelligenza artificiale. Anzi, come Confederazione abbiamo lavorato per definire un percorso che la consideri uno strumento di efficacia ed efficienza, non un “grande fratello” capace di controllare dati e persone senza regole.
Siamo consapevoli che l’intelligenza artificiale è ormai presente in moltissimi processi. Tuttavia, riteniamo che nella pubblica amministrazione debba essere regolata con particolare attenzione, perché qui entrano in gioco diritti, dati sensibili e funzioni pubbliche. L’innovazione va governata, non subita.
Uno dei problemi del lavoro pubblico è la scarsa attrattività, legata alle retribuzioni e alle limitate possibilità di carriera. Il nuovo CCNL potrà introdurre novità in questo senso?
Non credo che l’attrattività della pubblica amministrazione possa essere risolta esclusivamente attraverso il contratto collettivo, che si rivolge principalmente a chi già lavora nel settore. Si tratta di una questione più ampia, di natura politica e sociale. È compito dei governi rendere attrattivo il lavoro pubblico, valorizzando il ruolo di chi sceglie di essere al servizio dello Stato, dei cittadini e delle imprese. Il contratto può fare la sua parte, migliorando condizioni economiche e normative, ma il tema è più strutturale e richiede una visione di lungo periodo.
Ultima domanda: la mancata firma del CCNL comporta l’esclusione dai tavoli della contrattazione integrativa. Ritiene che questa disposizione possa essere superata?
Sì. Ritengo che sia giunto il momento di correggere quella che considero una stortura. Lo affermo anche da firmatario del contratto, quindi non da parte direttamente penalizzata dall’esclusione. È difficile accettare che chi non firma un contratto collettivo non abbia nemmeno diritto all’informativa sulle dinamiche contrattuali e sulla vita delle amministrazioni. L’informazione – e aggiungo il confronto – dovrebbe essere garantita a tutti.
È chiaro che il contratto è un negozio giuridico tra le parti firmatarie, che sono legittimate a determinare gli esiti finali. Questo è già di per sé una garanzia per chi sottoscrive. Ma escludere definitivamente altri soggetti anche dalla semplice informazione o dal confronto mi sembra profondamente sbagliato. Anche la giurisprudenza ha ribadito più volte che l’informazione è un diritto che deve essere assicurato a tutti, direi quasi un principio di rilievo costituzionale.
A cura dell’Ufficio comunicazione Uilpa
Roma, 19 febbraio 2026





