
Che il fiscal drag fosse un problema noto, lo si sapeva. Ma che fosse una sorta di tassa occulta riservata quasi esclusivamente ai dipendenti pubblici, lo si è sempre finto di ignorare. Per vent’anni, salari e inflazione hanno danzato insieme in un valzer stanco: i prezzi crescevano, le buste paga inseguivano, spesso arrancando. Poi è arrivato il triennio 2021-2023, quando il costo della vita è decollato e i salari sono rimasti a terra, come un volo cancellato per cause di forza maggiore.
Il risultato? Il gettito fiscale è cresciuto più dei redditi. Un miracolo di efficienza tributaria: lo Stato riesce a guadagnare anche quando i suoi lavoratori non guadagnano di più. È qui che il fiscal drag mostra tutta la sua ironia: più i dipendenti pubblici si impoveriscono in termini reali, più pagano tasse. E lo fanno con una regolarità commovente.
Non che il settore privato se la passi benissimo, ma la differenza è netta. Mentre per le imprese si sono moltiplicate agevolazioni, detassazioni e premi di produttività tassati al 5 per cento – quasi una carezza fiscale – i lavoratori pubblici si sono visti applicare il solito prelievo, magari ritardato, ma sempre puntuale. Del resto, anche la burocrazia ha i suoi tempi, soprattutto quando deve rinnovare contratti o adeguare stipendi: anni, a volte. Ma tranquilli, il fisco non si dimentica mai di loro.
Dietro questa asimmetria non c’è solo un errore tecnico: è una scelta politica. Le stagioni dell’austerità hanno congelato contratti e stipendi, e insieme a essi la considerazione per il lavoro pubblico. Dopo gli applausi agli infermieri durante la pandemia, è tornato il comodo stereotipo del “fannullone statale”: costa troppo, produce poco e, per fortuna, paga tanto. Un equilibrio perfetto per chi vuole risparmiare senza cambiare nulla.
La tentazione, oggi, è quella di tassare meno gli aumenti, un rimedio che suona bene ma rischia di scivolare verso una flat tax travestita da equità. Sarebbe l’ennesimo paradosso: nel tentativo di difendere i lavoratori dal fiscal drag, si minerebbe proprio la progressività che dovrebbe proteggerli. In più questa proposta governativa, contenuta nel disegno di legge di bilancio 2026 all’esame del Parlamento, non riguarderebbe comunque i pubblici dipendenti che ancora una volta, pertanto, sarebbero esclusi dalla possibilità di ottenere un recupero più sostanzioso del potere d’acquisto perduto negli ultimi anni.
Così, mentre si discute di giustizia fiscale, i dipendenti pubblici continuano a finanziare silenziosamente quella macchina dello Stato che li premia con la stessa inflazione che li impoverisce. In fondo, anche questo è un servizio pubblico.





