attacco smart working

Da qualche tempo nelle Funzioni Centrali si moltiplicano i segnali di insofferenza delle amministrazioni verso il lavoro agile. Questa forma flessibile di organizzazione del lavoro sembrava destinata a diventare vincente nella P.A. del futuro, ma pare che il vento stia cambiando.

Infatti, sempre più spesso i nostri colleghi sono costretti a fronteggiare il tentativo della dirigenza di rendere meno fruibile lo smart-working, forzando, o modificando unilateralmente gli accordi sindacali. È così ridotto il numero dei giorni settimanali, imposti nuovi paletti sulle modalità di fruizione, inventate complicazioni burocratiche per ‘verificare’ la produttività da remoto o il diritto al buono pasto. C’è perfino qualche Sommo Vertice che si sente smarrito nel vedere le scrivanie lasciate vuote dal personale che lavora da casa e pensa ancora che l’occhio del padrone ingrassi il cavallo.

In definitiva, stiamo assistendo a un attacco all’istituto del lavoro agile contrattualmente disciplinato. Un attacco per lo più strisciante e condotto a livello del singolo posto di lavoro. Ma che in qualche caso comincia ad assumere un carattere di vertenza nazionale, come ad esempio al MEF o all’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Sbaglieremmo a pensare che la retromarcia sullo smart-working sia frutto del caso. Al contrario, si tratta di una strategia che punta alla progressiva riduzione delle prerogative contrattuali per consegnare il maggior potere possibile nelle mani di gestioni amministrative sempre più succubi della politica.

Lo smart-working è un fronte aperto. Probabilmente ne seguiranno altri. Ma al di là delle previsioni è certo che quando la contrattazione è debole anche i lavoratori sono deboli. E il disastro compiuto dalla risicata maggioranza del 53% che ha firmato il CCNL 2022-2024 comincia a far sentire i suoi effetti: un contratto nazionale politicamente debolissimo inizia a essere fatto a pezzi. Ci auguriamo che chi ha firmato quel contratto si stia iniziando a rendere conto in che trappola si è cacciato e ha cacciato i lavoratori. Ammettere di aver sbagliato non è segno di debolezza, ma di maturità.

Sandro Colombi, Segretario generale UIL Pubblica Amministrazione

Roma, 9 luglio 2025